Registrato a Bristol con Geoff Barrow, Beth Gibbons e il chitarrista jazz Adrian Utley, il disco nasce da un metodo di lavoro particolare: Barrow campiona frammenti di dischi soul e colonne sonore anni '60-'70, li suona di nuovo attraverso strumenti reali, li ri-registra su vinile e li ricampiona da lì — un processo pensato per ottenere la grana e il rumore di fondo di un disco vecchio anche nei passaggi scritti ex novo. Il risultato è un suono che sembra sempre già consumato, come se fosse stato ascoltato mille volte prima ancora di uscire. Mysterons apre con un theremin e un beat rallentato fino quasi a incepparsi, mentre Sour Times costruisce la tensione attorno a un campionamento tratto da una colonna sonora di Lalo Schifrin, trasformato in un loop ansioso su cui la voce di Gibbons entra quasi in ritardo rispetto al beat. Glory Box, il pezzo che chiude l'album, capovolge il registro: un assolo di chitarra quasi blues sorregge un testo che rivendica desiderio ed emancipazione in termini diretti, in contrasto con l'understatement del resto del disco. Il metodo compositivo di Portishead è di per sé un caso di iperstizione applicata al suono: un passato musicale fittizio — dischi mai esistiti, colonne sonore immaginarie, un'estetica da spionaggio anni '60 mai davvero vissuta dalla band — viene simulato con tale precisione tecnica da diventare più convincente del passato reale a cui allude. Il fruscio del vinile produce un'origine. Lo stesso vale per l'immaginario complessivo del disco, spesso associato (insieme a Massive Attack e Tricky) a un'idea di Bristol cupa e cinematografica che il trip hop ha contribuito a costruire più che a descrivere. Dummy vince il Mercury Prize nel 1995 e diventa il riferimento più citato per definire il trip hop come genere a sé, nonostante la band abbia sempre respinto l'etichetta — un ulteriore paradosso coerente con un disco che si presenta come reperto d'archivio pur essendo, in ogni sua parte, costruito da zero.
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