| # | Titolo Brano | Durata |
|---|---|---|
| 1 | Piel | 1:57 |
| 2 | Anoche | 3:42 |
| 3 | Whip | 3:11 |
| 4 | Reverie | 3:37 |
| 5 | Desafío | 3:29 |
| 6 | Sin Rumbo | 4:38 |
| 7 | Coraje | 4:07 |
| 8 | Miel | 4:07 |
| 9 | Castration | 3:14 |
| 10 | Urchin | 4:34 |
| 11 | Fugaz | 3:33 |
Pubblicato dalla XL Recordings nel 2017, Arca è il terzo album di Alejandra Ghersi ed è il primo in cui la voce della compositrice venezuelana occupa il centro della scena, dopo due lavori precedenti quasi interamente strumentali. È anche il disco in cui Ghersi canta per la prima volta in spagnolo, la lingua della sua infanzia a Caracas, in un impianto vocale spesso operistico, distorto elettronicamente fino a perdere ogni stabilità di genere percepito — acuto e grave si alternano nello stesso brano, a volte nella stessa frase. L'impianto produttivo mantiene l'estetica frammentata e sincopata già sviluppata nei lavori precedenti con FKA twigs e Björk, ma qui la applica a una materia più intima ed esplicitamente autobiografica. "Anoche" e "Reverie" costruiscono episodi quasi da art-song su tessiture elettroniche instabili, che si spezzano e si riformano senza preavviso; "Desafío" e "Coraje" lavorano su un registro più aggressivo, quasi industriale, mentre "Castration" — il cui titolo dichiara apertamente il tema — mette in scena un corpo vocale che rifiuta la stabilità anatomica tanto quanto quella armonica. È un disco costruito esplicitamente attorno all'esperienza di Ghersi come donna transgender, e il modo in cui tratta la voce — mai fissata in un registro, mai risolta in un'identità sonora coerente — non è un espediente stilistico isolato dal contenuto, ma la sua messa in forma diretta. Il corpo qui non è rappresentato da fuori ma abitato dall'interno, in un divenire continuo che rifiuta ogni categorizzazione definitiva, tanto di genere musicale quanto di genere in senso più ampio. Questa logica di soggettività non fissata, in costante negoziazione con se stessa piuttosto che ancorata a un'identità stabile da difendere, dialoga direttamente con la nozione di soggetto nomade elaborata da Rosi Braidotti nel suo posthumanismo affermativo: un'identità che si costituisce nel movimento, nell'attraversamento di confini — di genere, di specie, di categoria — piuttosto che nella loro difesa. Non è una lettura che il disco dichiari esplicitamente, ma la coerenza tra il gesto compositivo e quello teorico è difficile da ignorare. A distanza di alcuni anni, Arca resta uno dei dischi più radicali nel modo di trattare la voce come materiale plastico piuttosto che come veicolo trasparente di significato — un'opera che ha aperto una strada seguita poi da buona parte della musica elettronica sperimentale più recente.
L'IA sta riascoltando l'album per te...