Bitches Brew

Bitches Brew

Miles Davis


Anno 1970
Etichetta Columbia
Tracce 6 Brani

Tracklist

# Titolo Brano Durata
1 Pharaoh's Dance 20:05
2 Bitches Brew 26:59
3 Spanish Key 17:04
4 John McLaughlin 4:22
5 Miles Runs the Voodoo Down 14:00
6 Sanctuary 10:54

Recensione Ufficiale

Davis arriva alla session dopo In a Silent Way, con l'intenzione dichiarata di rompere ogni residuo di forma jazz tradizionale attraverso l'elettricità e il montaggio in studio. Il produttore Teo Macero registra ore di improvvisazione collettiva con un ensemble che include tre tastieristi elettrici (Chick Corea, Joe Zawinul, Larry Young), due bassisti, più batteristi e percussionisti simultaneamente, e la chitarra elettrica di John McLaughlin — poi ricostruisce i brani in fase di montaggio tagliando, ripetendo e sovrapponendo i nastri, un metodo compositivo mutuato più dalla musica concreta che dalla produzione jazz convenzionale. Pharaoh's Dance apre il disco con un groove elettrico che si costruisce per accumulo di strati, senza un tema esposto in modo lineare — la struttura emerge dal montaggio più che dalla scrittura. La title track alterna sezioni di intensità elettrica quasi rock a passaggi più radi, con la tromba di Davis trattata con echo ed elaborazione elettronica, un suono che si allontana consapevolmente dal timbro acustico su cui aveva costruito la propria reputazione nei quindici anni precedenti. Spanish Key lavora su un giro modale ripetuto quasi ossessivamente, sopra cui i musicisti si alternano in code improvvisative che il montaggio di Macero seleziona e ricompone da prese diverse. Il nesso con Kodwo Eshun è nel principio compositivo prima ancora che nel genere: Eshun legge la musica elettronica afrodiasporica come tecnologia speculativa capace di produrre futuri alternativi, e Bitches Brew applica esattamente questo principio al jazz — una rottura tecnologica deliberata, in cui lo studio di registrazione stesso diventa strumento compositivo al pari della tromba. Il disco tratta l'improvvisazione jazz e l'elettronica come materiali intercambiabili da montare insieme, anticipando per metodo (non per suono) buona parte delle pratiche di campionamento e montaggio che la musica elettronica avrebbe reso standard decenni dopo. Bitches Brew vende oltre mezzo milione di copie, un risultato commerciale eccezionale per il jazz dell'epoca, e apre la strada al filone della fusion che avrebbe dominato gran parte del decennio successivo — restando però, a differenza di molta fusion più levigata che ne seguirà, un disco che privilegia ancora la densità e la difficoltà d'ascolto rispetto all'accessibilità.

✍️ CP 09/09/2026
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