C’è un malinteso che accompagna Messe pour le temps présent fin dal 1967, ed è lo stesso che ne ha decretato il successo: non è un’opera di musica concreta “pura”. È una commissione per un balletto, concepita per essere danzata e consumata in un contesto spettacolare, e proprio in questa ibridazione sta la sua importanza storica e, al tempo stesso, il suo limite. Pierre Henry, all’epoca già figura centrale della musica concreta insieme a Pierre Schaeffer, collaborò con Michel Colombier — arrangiatore di estrazione pop, noto per il lavoro con Gainsbourg — per la parte ritmica, e con Maurice Béjart, che del balletto omonimo firmò la coreografia. La prima avvenne al Festival d’Avignon nell’agosto 1967 . Il risultato sono una manciata di “jerks elettronici” che mescolano groove da discoteca, basso e batteria, e interventi di nastro magnetico e rumore elettronico. Psyché Rock è il brano che ha attraversato le decadi, ma non è l’unico momento in cui il disco funziona: Jericho Jerk e Too fortiche reggono ancora oggi come oggetti ritmici stranianti, sospesi tra go-go e avanguardia . La questione critica è però un’altra. Riascoltato oggi, Messe pour le temps présent rivela una tensione irrisolta tra due anime: da un lato la scrittura elettroacustica di Henry, che emerge a tratti con violenza e densità; dall’altro l’impalcatura pop di Colombier, che tende a levigare, a rendere “digeribile” ciò che la musica concreta aveva di più radicale. Non è un difetto di esecuzione, ma di progetto: il disco nasce per piacere a un pubblico ampio, e ci riesce. Henry stesso, del resto, ebbe un rapporto ambivalente con questo successo, definendolo il suo “Boléro” — un’opera che lo ha reso celebre presso un pubblico che forse non era pronto per il resto della sua produzione . La versione rimasterizzata in CD, che spesso include anche Variations pour une porte et un soupir, permette di misurare la distanza: lì sì che la musica concreta mostra la sua potenza strutturale, senza mediazioni ritmiche rassicuranti . Messe pour le temps présent, al contrario, va ascoltata per quello che è: un documento di un momento irripetibile in cui l’avanguardia francese ha flirtato con la cultura di massa senza paura di sporcarsi. Non è il vertice della musica concreta, ma è uno dei suoi punti di contaminazione più riusciti e storicamente decisivi. Per chi si avvicina a Henry per la prima volta, è una porta d’ingresso onesta — a patto di non fermarsi qui.
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