Mantra occupa una posizione singolare nel catalogo di Stockhausen: è al tempo stesso un punto di svolta e un'opera di rara immediatezza. Composta nel 1970, segna il ritorno del compositore tedesco a una scrittura interamente notata dopo la stagione delle opere "intuitive" basate su grafici e istruzioni verbali, e introduce per la prima volta il principio della "formula" che avrebbe organizzato l'intero ciclo di Licht negli decenni successivi . Ma è anche, cosa non scontata per Stockhausen, un'opera che funziona prima di tutto all'ascolto. L'organico è quello che ci si aspetta da una partitura di questo periodo: due pianoforti, live electronics (ring modulator), e percussioneria minuta — antichi cimbali e blocchi di legno giapponesi — suonata dagli stessi pianisti . La struttura si basa su una formula di tredici note, organizzata in quattro elementi speculari, da cui tutto il materiale dell'ora abbondante di musica deriva per espansione, trasposizione e trasformazione . È un'architettura rigorosa, quasi matematica, ma il risultato non è mai arido: le due parti pianistiche si intrecciano con una varietà timbrica e ritmica che rende l'ascolto tutt'altro che astratto. La ricezione critica ha oscillato, nel tempo, tra la diffidenza verso l'apparato teorico e il riconoscimento della sua potenza sonora. Il New York Times, recensendo la prima newyorkese nel 1984, parlava di un'opera "a tratti dispersiva e concentrata, noiosa e avvincente, sciocca e profonda" — un giudizio che, a quarant'anni di distanza, appare più impreciso che mai. Le esecuzioni recenti, in particolare quelle del GrauSchumacher Piano Duo con lo SWR Experimentalstudio, hanno mostrato come Mantra non abbia affatto accumulato patina: la complessità strutturale non impedisce un ascolto sensuale, quasi teatrale, delle sue continue trasformazioni . Lo stesso Stockhausen, del resto, aveva definito la formula un ibrido tra notazione matematica e "formula magica" — e in Mantra la dimensione magica, rituale, è tangibile. Il limite, se di limite si può parlare, è forse nella lunghezza: un'ora e dieci minuti di materiale che si espande e si contrae secondo regole rigorose richiede un ascolto attento, e non tutte le sezioni reggono allo stesso modo. Ma la coda finale, che comprime l'intera opera in pochi minuti di attività febbrile, è uno dei momenti più riusciti della produzione tardomoderna . Mantra non è l'opera più radicale di Stockhausen, né la più celebre. È, però, una delle più oneste: un compositore che torna a scrivere note, e lo fa con la consapevolezza che la struttura non è un fine ma un mezzo per generare suono. Per chi si avvicina a Stockhausen senza voler passare per la teologia del Licht, è una porta d'ingresso ragionevole. A patto di avere un'ora di tempo, e di non pretendere che l'avanguardia sia sempre immediatamente digeribile.
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